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La casa e il mostro

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“Ho paura”, disse la casa quando cominciò a capire che sopra il suo fragile tetto stava per arrivare, possente, un essere mostruoso e gigantesco.

Il sole, che all'inizio riscaldava la casa dalla mattina alla sera, ad un certo punto smise di farsi vedere, ma solo in certe fasce orarie. Qualcosa ostacolava l’arrivo dei raggi luminosi.

Ci mise un po’, la casa, a capire che ciò che impediva al sole di riscaldarla, non sarebbe più scomparso. Si sentiva schiacciata, oppressa, triste, impaurita.

Sopra di lei, un enorme viadotto permetteva a migliaia di auto di spostarsi velocemente, sospese nel cielo. Lo stesso cielo che un tempo era libero.

La casa comprese che da qual momento, neanche il rumore delle auto e il loro inquinamento, l’avrebbero più lasciata.

 

Un giorno la casa prese coraggio e si rivolse al viadotto, chiedendogli perché avesse scelto di essere costruito sopra di lei. “Non ho scelto io, non avrei mai voluto essere tramutato in un simile assemblamento di blocchi di cemento e acciaio”.

“So di essere utile, ma so anche di portare tristezza a tante case che, come te, hanno il diritto di vedere il sole”.

“Le persone che ti abitano cosa pensano di me?” chiese il viadotto alla casa.

“All’inizio erano preoccupate, arrabbiate, ma è capitato qualcosa di strano. Col tempo, sembra che si siano abituate a te. È come se facessi parte del panorama ormai, e dunque della loro vita. Aprono la finestra della cucina e non ti vedono neanche più, non sentono il rumore dei tir e delle auto, non percepiscono lo smog che si diffonde nell’aria”.

“Sono contento, ma allo stesso tempo preoccupato”

“Perché?“ chiese la casa.

“Non sono eterno, e sono molto pesante. So come sono stato realizzato e di cosa ho bisogno per continuare ad assolvere al compito che mi è stato affidato”

“Non capisco” disse la casa.

“Intendo dire che per mantenermi stabile e sicuro ho bisogno che le persone si prendano cura di me, con regolarità e precisione”

“Pensi che non lo faranno?”

“Non lo so, ma mi sento sfiduciato”

“Mi fai venire paura, così… cosa accadrebbe se non riuscissi più a reggerti sulle tue sottili gambe?”

“Cara amica, non farmici pensare, la sola idea di crollare su di te, portandomi dietro le automobili che, con velocità, si appoggiano fiduciose sulla mia carreggiata, mi fa raggelare. Persone innocenti potrebbero morire, case apparentemente robuste potrebbero scomparire sotto il mio peso, io stesso terminerei la mia esistenza fisica”.

“Ho fiducia in te” disse la casa.

“Grazie cara amica, e perdonami se ti tolgo il sole”.

 

 

IN MEMORIA DELLE VITTIME DEL DISASTRO DI GENOVA DEL 14/08/2018.

 

Le foto, realizzate negli anni ’80, sono opera di Michele Guyot Bourg, fotoamatore genovese. Fanno parte di una raccolta intitolata “VIVERE SOTTO UNA CUPA MINACCIA”, pubblicata nel 2012.

 

 

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